giovedì 23 marzo 2017
ELEZIONI: PERCHÉ CI SIAMO SBAGLIATI di Leonardo Mazzei
Nuovi Scenari
Ormai è quasi certo: salvo incidenti, non impossibili ma al momento improbabili, si voterà nel 2018. In diversi articoli, a partire dalla fatidica data del 4 dicembre, avevamo invece sostenuto il contrario. Cosa è cambiato nelle ultime settimane? Esaminare le ragioni che portavano alla previsione delle elezioni anticipate, e quelle che oggi vanno invece in direzione opposta, può essere utile per mettere a fuoco alcuni elementi di novità.
Perché, ben sapendo che forze non indifferenti stavano lavorando per il rinvio, ritenevamo comunque probabili le elezioni a giugno? Essenzialmente per quattro motivi:
Primo, perché questo avrebbe consentito di risolvere la questione del governo prima della prossima legge di bilancio. Legge che potrebbe rivelarsi assai pesante, in termini di consenso, per le forze della maggioranza governativa, ed innanzitutto per il Pd.
Secondo, perché il gruppo di potere che si raccoglie attorno a Renzi aveva tutto da guadagnare nell’anticipo e tutto da perdere nel rinvio. Pur uscita sconfitta e ridimensionata dalle urne referendarie, questa cricca manteneva infatti una notevole forza nel Pd e nella compagine governativa.
Terzo, perché il governo Gentiloni era nato con il dichiarato scopo di arrivare al voto una volta definita la questione della legge elettorale. Ora, siccome è stato subito chiaro, fin dalla sentenza della Corte Costituzionale del 25 gennaio, che (salvo qualche possibile “manutenzione” a quanto uscito dalla Consulta) l’attuale parlamento non è in grado di varare una nuova legge, veniva meno la stessa ragion d’essere ufficiale dell’attuale esecutivo.
Quarto, perché il voto a giugno avrebbe colto il Movimento Cinque Stelle in difficoltà per le vicende romane, la destra in uno stato di rara disorganizzazione, gli scissionisti del Pd impreparati allo scontro elettorale anche solo per una banale questione di tempo.
Evidente come la somma di tutti questi fattori avrebbe dovuto condurre al voto anticipato. Vero che Mattarella remava in senso opposto, così come altri palazzi del potere, ma il governo e il parlamento di questa legislatura hanno un unico dominus, il Pd. E l’interesse del Pd, e più ancora quello del suo capo, proprio non lasciava adito a dubbi.
Poi, ad un certo punto, le cose sono cambiate. La scissione dei bersaniani ha preso forma ed il partito dei “frenatori” interno al suo partito (vedi la vicenda della data delle primarie) ha costretto Renzi a più miti consigli. Inutile dire che quei frenatori erano certamente al corrente di quel che stava per capitare al loro ormai ex segretario.
La mia opinione è che l’elemento decisivo di questa svolta sia stata infatti l’inchiesta sulla Consip, che ha toccato non solo il “Giglio magico”, ma pure la famiglia dell’ex presidente del consiglio. Ovviamente, sappiamo bene come lo sviluppo delle inchieste sulla politica dipenda da tanti fattori. Ed esse vanno in genere a segno quando il bersaglio è già indebolito per altri motivi. Detto in altro modo, un Renzi che avesse disgraziatamente vinto il referendum ben difficilmente sarebbe stato poi colpito così da vicino dalla magistratura. Insomma, in questi casi un’inchiesta non è solo un fatto giudiziario, quanto piuttosto il segno di equilibri di potere che stanno rapidamente cambiando.
Così descrivevamo la nuova situazione il 4 marzo scorso:
«Dunque il “fenomeno” Renzi volge al tramonto. L’esperienza lo insegna. Quando le sconfitte elettorali si incrociano con le inchieste sul malaffare è quasi sempre troppo tardi per recuperare la china. E se poi ti si è spaccato il partito, ed i vecchi amici son diventati dei probabili traditori, la partita è praticamente chiusa. Mettiamoci pure il coinvolgimento della famiglia ed il quadretto è completo».
Questa fotografia ci dice appunto quanto le cose si intreccino nel momento del declino di un fenomeno politico. Un declino che ha il suo punto centrale nell’eclissarsi di quella narrazione renziana che era stata vincente: il nuovo, il giovane, la rottamazione, la velocità, il decisionismo, la forza dell’uomo solo al comando. Tutto ciò si è praticamente dissolto. Il grigiore ed il déjà vu di quel “ricominciamo” visto nei giorni scorsi alla convention del Lingotto, che tanto ricorda l’eterna “ridiscesa in campo” dell’ammuffito Buffone di Arcore, più che di un nuovo inizio ci parla di un partito e di una leadership in crisi profonda.
Tuttavia, dal punto di vista sistemico, pare ancora impossibile prescindere dal Pd per trovare la quadra di una maggioranza di governo nella nuova legislatura. Al tempo stesso Renzi è a tutt’oggi il candidato che ha più probabilità di vincere le primarie. Quali sono dunque i nuovi scenari ai quali sta lavorando il blocco dominante?
Breve precisazione. Parlare di “blocco dominante” ci serve per descrivere il raggruppamento dei poteri oligarchici tenuti insieme dai comuni interessi di classe. Ma tale comunanza non comporta che esso sia sempre unito sulle scelte da adottare. In altri termini, mentre esiste il sistema, non esiste ovviamente il “signor sistema” che decide per tutti.
La domanda di cui sopra può essere perciò così riformulata: a cosa puntano quei settori —adesso rivelatisi vincenti— che mirano ad arrivare in fondo alla legislatura?
La prima risposta, banale ma non per questo errata, è che di fronte alle difficoltà essi abbiano intanto pensato a prendere tempo. Ma questa scelta si giustifica solo con un certo utilizzo del tempo guadagnato. Viceversa, le forze sistemiche incasserebbero solo gli svantaggi del rinvio che abbiamo descritto all’inizio.
Cosa hanno dunque in mente lorsignori? Quali operazioni politiche dobbiamo aspettarci? Proviamo a ragionarci un po’.
E’ chiaro come il piano A, basato su un neo-bipolarismo favorito da una nuova legge elettorale maggioritaria (tipo il Mattarellum proposto dal Pd e dai bersaniani), ha ormai ben poche possibilità di riuscita. Non solo perché in parlamento non potrebbe esserci un accordo sufficientemente largo su una tale proposta, ma anche perché a questo punto – dato l’approfondirsi della crisi del Pd – nessuna può sapere con certezza chi ne sarebbe davvero avvantaggiato.
Non resta dunque che il piano B, quello delle larghe intese, che detto così sembra cosa facile, ma che semplice invece non è.
Larghe intese. Quanto larghe è facile a dirsi: quanto serve per raggiungere almeno il fatidico 50%+1 dei seggi. Ma intese tra chi? Qui il discorso si complica, dato che tradizionalmente si usa questa formula intendendola come coalizione di governo tra le due forze politiche principali, vedi l’attuale modello tedesco. Ma in Italia questo significherebbe un accordo tra Pd e M5S, un’ipotesi che qualcuno ritiene possibile, ma che personalmente giudico del tutto improbabile, data l’assoluta instabilità di una simile alleanza, che peraltro condurrebbe ad una spaccatura certa nel campo pentastellato.
Altri, quasi fossimo ancora nel cuore della seconda repubblica, parlano di larghe intese riferendosi ad una maggioranza Pd-Forza Italia, trascurando due fattori invece decisivi: che Forza Italia non è più egemone sull’insieme della destra, che la somma dei seggi di questi due partiti non arriverà di certo alla maggioranza assoluta in parlamento.
Chi scrive, già agli inizi di febbraio, parlando dell’imminente scissione piddina, si interrogava sulla possibilità che si stesse lavorando ad una coalizione Franceschini-D’Alema-Berlusconi nella prossima legislatura. Naturalmente in quella formula, solo apparentemente provocatoria, i nomi erano la cosa meno importante, volendo solo rappresentare il primo un Pd sostanzialmente post-renziano, il secondo un’area di sinistra pienamente integrabile in una tale coalizione, il terzo una destra ben felice di rientrare al governo anche allo scopo di difendere i privati interessi del proprio leader.
Perché una simile ipotesi? Per una sola ma decisiva ragione: perché altrimenti nessuno avrà i numeri per governare. Se questa tesi è valida, ciò significa che ci attende una energica ristrutturazione dell’intero sistema politico. Ed è a questo che i dominanti stanno senz’altro lavorando, con l’obiettivo di rafforzare le forze sistemiche – e cioè euriste quanto variamente liberiste – sia nel campo della destra quanto in quello della “sinistra”.
Considerando evidentemente ormai troppo indebolito il cavallo renziano, è per dare concretezza a questo nuovo scenario che lorsignori hanno infine deciso di prendere tempo fino al 2018. E’ chiaro come in questa prospettiva le non dismesse ambizioni di Matteo Renzi rappresentino per i poteri oligarchici più un problema che una risorsa. Come andrà a risolversi una simile contraddizione chi scrive di certo non lo sa, ma sicuramente qualcosa accadrà nei prossimi mesi.
Al tempo stesso, l’abbiamo già detto, si andrà ad intervenire sia a destra che a “sinistra”. A destra isolando sempre più le velleità di Matteo Salvini, a “sinistra” dando il massimo spazio ad operazioni subalterne come quella del servitor cortese Giuliano Pisapia.
E’ palese che stiamo parlando di manovre politiche già abbondantemente in corso. Ma vediamo meglio cosa sta avvenendo nei due campi suddetti.
A destra le intenzioni di Berlusconi sono chiare, mentre discreti scricchiolii si odono nella componente lepenista. Giorgia Meloni ha apertamente proposto il listone unico per le amministrative come viatico per la sua presentazione alle politiche. Un’ipotesi che non può trovare favorevole Salvini, a meno che non venga incoronato come leader della coalizione. Ma questo è praticamente da escludere. Sta di fatto che lo stesso capo della Lega ha pensato bene di mandare un segnale a chi di dovere, schierandosi a difesa dei voucher e contro il referendum della Cgil. Nella prospettiva di un partito populista e nazionale, un indubbio segno di debolezza.
Hai voglia di sbraitare, ma non è facile accreditarsi come forza di opposizione quando si governa nell’interesse dei poteri oligarchici due grandi regioni del nord (più la Liguria) e, anche per questo, non si vuol rompere l’alleanza con l’ex cavaliere. Quale sia lo scontro interno alla Lega ce lo dice del resto assai bene il suo fondatore, Umberto Bossi, in un’intervista al Corriere della Sera di due giorni fa («La Lega nazionale morirà – Salvini al Sud crea solo caos») nella quale il senatur afferma che «non si vince raccattando i voti di quattro fascistoni». Insomma, per il progetto di Salvini le cose non sembrano proprio in discesa come pensano alcuni.
Quale forza avrà alla fine una destra disposta alle larghe intese ancora non possiamo saperlo, ma affinché l’operazione vada in porto di sicuro servirà anche l’aggiunta di un puntello a “sinistra”. Un’architettura indubbiamente un po’ spericolata – ma così richiedono i tempi – che avrebbe anche il pregio di consentire al Pd l’assunzione di un ruolo centrale in tutti i sensi. Roba da far leccare i baffi ad uno come Franceschini…
Nel campo “sinistro” le manovre sono per certi aspetti ancor più visibili. Del carattere sistemico dell’operazione dalemiana si è già detto. E del resto, cosa aspettarsi da una formazione che si presenta come la più fedele sostenitrice del governo Gentiloni? Ma il campo della sinistra è più vasto della riesumazione diessina di costoro. Ecco allora la super-sponsorizzazione assegnata da chi conta al Pisapia. Avete in mente cosa propone costui? Dal punto di vista dei contenuti il nulla assoluto, eppure i media ne parlano ad ogni sospiro. Ma i media non agiscono a vanvera, quantomeno non in casi del genere. Evidentemente chi sta in alto valuta che questa nullità, magari proprio perché tale, possa risultare alquanto utile.
Il perché è presto detto. Essendo il “populismo” variamente declinato il nemico delle èlite, è ovvio che si pensa di poter recuperare nell’ambito della sinistra globalista non pochi consensi che sfuggirebbero sia al Pd che ai suoi transfughi.
Riusciranno queste operazioni nell’intento di fermare M5S da un lato e la Lega salviniana dall’altro? Credo che nei prossimi mesi ne vedremo delle belle, ma di certo non abbiamo la sfera di cristallo. Verosimilmente la loro riuscita sarà solo parziale, ma probabilmente basterà a far nascere un altro governo eurista quanto liberista. Che poi un esecutivo basato su una simile coalizione, in un contesto come quello attuale, possa reggere il tempo di una legislatura, questo non lo crediamo proprio. Ma intanto lorsignori cercheranno di prender tempo una volta ancora.
Se potranno farlo, sarà anche a causa della debolezza intrinseca delle attuali forze di opposizione. Tralasciando qui la pencolante Sinistra Italiana, sul cui futuro non scommetteremmo un cent della moneta che amano tanto, né M5S né la Lega – fatte le dovute differenze – riescono a porsi all’altezza della situazione. Ragion per cui avranno magari la soddisfazione di un buon risultato elettorale, ma non quella di rovesciare davvero gli attuali assetti politici.
Un compito questo che non può essere assolto né da un populismo di marca lepenista, né da uno d’impronta meramente giustizialista; entrambi ancora interni ad una visione liberista della società. Un compito – quello della rottura dell’attuale sistema politico – che richiede un’autentica rivoluzione democratica, e dunque la discesa in campo di tante altre forze disposte ad unirsi, con una grande mobilitazione popolare ispirata ad un populismo democratico e costituzionale. E, per quanto ci riguarda, socialista.
DECALOGO della Confederazione
10 punti di indirizzo della Confederazione per la Liberazione Nazionale
Le nostre idee sulla società che vogliamo
(1) Il potere appartiene al popolo, non all'élite finanziaria
(2) Lo Stato prevale sui "mercati"
(3) La comunità è la base per l'emancipazione della persona
(4) L'eguaglianza e la solidarietà sono i principi della convivenza civile
(5) La dignità e il diritto al lavoro vengono prima di tutto
(6) La politica dirige e programma l'economia nell'interesse della collettività
(7)L'immigrazione va regolata, contro ogni discriminazione etnica e religiosa, in base alle possibilità della comunità
(8) Per la sicurezza sociale, contro ogni forma di criminalità e di sopruso
(9) Per un patriottismo democratico, repubblicano e costituzionale
(10) Per la sovranità nazionale, contro la globalizzazione e l’Unione Europea
CONFEDERAZIONE per la LIBERAZIONE NAZIONALE
In controtendenza rispetto all'andazzo generale, segnato dalla divisione, dai protagonismi narcisistici e da slanci privi di costrutto, va finalmente in porto il più serio tentativo di unificazione nel campo del patriottismo democratico e antiglobalista.
La CONFEDERAZIONE per la LIBERAZIONE NAZIONALE (CLN) è un'alleanza politica di movimenti, partiti e libere associazioni di cittadini che sostiene e promuove una cultura politica di azione e di partecipazione alla vita democratica come garanzia di trasformazione sociale e ripristino della sovranità popolare, nella prospettiva di costruzione di una società fondata sulla giustizia sociale e ispirata ai valori della Costituzione del 1948.
Il secondo punto su cui convergono i delegati nel primo incontro di Roma è nella necessità di condividere una strategia politica comune per organizzare l'opposizione al progetto e alle politiche oligarchiche ed avviare un'azione politica coerente che abbia come obiettivo il ripristino della Sovranità Popolare nella consapevolezza che essa può democraticamente realizzarsi solo insieme alla sovranità statale ed a quella nazionale, con l'uscita dall'eurozona come primo passo per sganciare l'Italia dalla morsa della globalizzazione neoliberista.
La CONFEDERAZIONE per la LIBERAZIONE NAZIONALE (CLN) è un'alleanza politica di movimenti, partiti e libere associazioni di cittadini che sostiene e promuove una cultura politica di azione e di partecipazione alla vita democratica come garanzia di trasformazione sociale e ripristino della sovranità popolare, nella prospettiva di costruzione di una società fondata sulla giustizia sociale e ispirata ai valori della Costituzione del 1948.
Fanno già parte della Confederazione quattro movimenti politici: Programma 101, Risorgimento Socialista, Indipendenza e Costituzione e Noi Mediterranei
Il primo incontro tra diverse forze politiche e associazioni civili viene promosso da Programma 101- Movimento di Liberazione Popolare e si svolge a Roma il 7 gennaio 2017 in una sede di Risorgimento Socialista.
I delegati delle diverse forze politiche e associazioni presenti a Roma convergono, tra gli altri, su alcuni punti essenziali.
Il primo punto, tanto più dopo che la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre 2016 ha sventato l'attacco alla Costituzione del 1948, è dunque che quest'ultima rappresenta la stella polare dellaConfederazione, in quanto non solo descrive una società irriducibile al neoliberismo ed al predominio delle "cieche" leggi di mercato, ma prescrive che la sovranità popolare non può essere devoluta a nessun organismo sovranazionale.
I delegati delle diverse forze politiche e associazioni presenti a Roma convergono, tra gli altri, su alcuni punti essenziali.
Il primo punto, tanto più dopo che la vittoria del NO al referendum del 4 dicembre 2016 ha sventato l'attacco alla Costituzione del 1948, è dunque che quest'ultima rappresenta la stella polare dellaConfederazione, in quanto non solo descrive una società irriducibile al neoliberismo ed al predominio delle "cieche" leggi di mercato, ma prescrive che la sovranità popolare non può essere devoluta a nessun organismo sovranazionale.
Il secondo punto su cui convergono i delegati nel primo incontro di Roma è nella necessità di condividere una strategia politica comune per organizzare l'opposizione al progetto e alle politiche oligarchiche ed avviare un'azione politica coerente che abbia come obiettivo il ripristino della Sovranità Popolare nella consapevolezza che essa può democraticamente realizzarsi solo insieme alla sovranità statale ed a quella nazionale, con l'uscita dall'eurozona come primo passo per sganciare l'Italia dalla morsa della globalizzazione neoliberista.
Negli scambi di mail tra i delegati del primo coordinamento per la costituzione della Confederazione, e negli incontri successivi che si svolgono a Firenze, l'accordo tra i partecipanti si precisa in un terzo punto: se è vero che per scalzare i dominanti dal potere occorre essere pronti a dare vita ad un ampio blocco popolare, la Confederazione si considera alternativa alle forze politiche che presidiano oggi il campo dell'opposizione, in particolare alla Lega Nord, al Movimento 5 Stelle, così come alla sinistra radicale in quanto esse ripropongono, ognuna a modo suo, o principi economico-sociali neoliberisti, oppure concezioni e valori delle élite mondialiste.
Si procede dunque a discutere, affinare e ad approvare quello che sarà il Manifesto della CLN e quindi il Decalogo che riassume i principi sociali, politici e valoriali della Confederazione.
La Confederazione si è data un primo grande appuntamento pubblico, l'assemblea nazionale che si svolgerà a Roma il prossimo 25 aprile.
REGGETEVI FORTE! Il "Libro bianco", anzi bianchissimo, della Commissione Europea di Leonardo Mazzei
[ 20 marzo ]
Non sanno più cosa inventarsi. L'UE è in panne, ma non possono e non vogliono dirci il perché. Andare avanti però si deve, che ne va anche della loro poltrona. Ma come non si sa. E' così venuto fuori, quasi come un esercizio svolto giusto per ingannare il tempo, un curioso Libro bianco sul futuro dell'Europa redatto dalla Commissione come contributo ad un non meglio precisato «nuovo capitolo del progetto europeo».
Per quelli invece che vanno di fretta, od hanno già le idee piuttosto chiare, possono bastare le noterelle che seguono.
Il Libro bianco è scritto in occasione del Sessantesimo dei Trattati di Roma, dunque la retorica la fa da padrona, con il mito di Ventotene contrapposto al dramma di Verdun, con la descrizione di un'Europa in cui regnerebbero pace ed uguaglianza come mai nella storia, come mai in altri luoghi.
Ad un tratto questa descrizione dell'Eden europeo si interrompe, si accenna a qualche nube all'orizzonte (le difficoltà economiche, le migrazioni, l'instabilità ai confini) e si da notizia, quasi fosse un trascurabile dettaglio, che «l'anno scorso uno dei nostri Stati membri ha votato l'uscita dall'Unione». «Uno», senza neppure nominarlo, come si faceva in una disgraziata tradizione comunista con i dissidenti. Interessante.
E' per rispondere a problemucci di questa fatta che i tecnocrati di Bruxelles hanno concepito il loro sforzo, formulando ben cinque (5) ipotesi per il 2025. Cinque! Troppa grazia sant'Antonio! verrebbe da dire. Ma loro prontamente ci rassicurano. Sono arrivati a cinque non a causa di una confusione che regna sovrana, ma perché «troppo spesso il dibattito sul futuro dell'Europa si è ridotto ad una scelta binaria tra più o meno Europa». Dunque, si sono detti, facciamo cinque e non ne parliamo più.
Poiché, per ragioni di decenza, un Libro bianco non può mai ridursi a poche pagine, i commissari ed i loro scribacchini, prima di sfornare le loro cinque ipotesi, allungano il brodo con quelli che chiamano «i motori del futuro dell'Europa». Anche in questo capitoletto la retorica abbonda: l'UE (che loro chiamano arrogantemente "Europa") «possiede il mercato unico più grande del mondo e la seconda moneta più utilizzata. E' la principale potenza commerciale e il primo donatore di aiuti umanitari e allo sviluppo».
Al tempo stesso, in questa parte del documento, si insiste sul trend demografico negativo dell'Unione e sull'inevitabile declino del peso economico dell'Europa. Ne viene fuori —questo è lo scopo— una sorta di fortezza assediata e da difendere. A tal fine si ricorda come i paesi dell'Unione siano nelle prime posizioni dell'indice Gini che misura il tasso di uguaglianza. Anche se, ma su questo si tace, i due paesi di testa (Islanda e Norvegia) della UE proprio non fanno parte.
Un altro punto da segnalare è il rilievo che viene dato alle questioni militari. Si ricorda la «stretta cooperazione con la NATO», il «partenariato rafforzato con l'Ucraina», la necessità di aumentare le spese militari, dato che «il soft power non basta» e «l'Europa non può essere ingenua e deve provvedere alla propria sicurezza».
Ultima questione toccata, prima di passare agli "scenari", è quella dell'immagine dell'UE. Un tema che assilla da tempo gli eurocrati ad ogni livello, a partire dalla maggioranza del parlamento di Strasburgo che nel novembre scorso ha approvato addirittura una risoluzione «sulla comunicazione strategica dell'UE per contrastare la propaganda nei suoi confronti da parte di terzi». Obiettivo ufficialmente dichiarato quello di combattere la "propaganda" e la "disinformazione" tanto della Russia quanto dell'Isis. Scopo più generale, neppure tanto nascosto, quello di promuovere la propria propaganda e di rafforzare potentemente il controllo sui media e soprattutto su internet. Un fine apertamente confessato nella risoluzione, laddove è scritto che: «il pluralismo dei media (...) può, tuttavia, essere in certa misura limitato».
I cinque scenari per il 2025
Dopo questa prosa assai rivelatrice si arriva al piatto forte del Libro bianco: i cinque scenari. Qui reggetevi forte, perché —sarà forse per quel che si dice sulla consuetudine del capo della Commissione con l'alcool— l'impressione di esser di fronte a degli avvinazzati rischia di farci chiudere il discorso con una sonora risata.
Mentre lo scenario 4 è quello più confuso, anche se si ipotizza una maggiore integrazione nei campi della difesa e della sicurezza, ed una minore nelle politiche sociali; sono ovviamente gli scenari 3 e 5 quelli preferiti dagli estensori. I quali lasciano però intendere che il 5 sarebbe sì il massimo (in pratica arriveremmo molto vicini alla costruzione del super-Stato europeo), ma che non essendo per niente realistico bisognerà lavorare alla concretizzazione dello scenario 3 - «chi vuole di più fa di più» -, in pratica l'Europa a più velocità di cui parla la Merkel.
Ma occorreva tutta questa messinscena bruxellese per arrivare alla conclusione cui son già pervenuti a Berlino? Intendiamoci, non che la ricetta tedesca abbia molte possibilità di funzionare, ma il testo della Commissione è davvero comico.
Per darsi un che di futuristico gli estensori ricorrono infatti ad alcune immagini illustrative che vorrebbero esemplificare le conseguenze (per le famiglie, la sicurezza, la mobilità, l'ambiente, l'energia, eccetera) dei vari scenari ipotizzati. Tra questi aspetti essi - chissà perché - si focalizzano in particolare su un punto: l'utilizzo delle automobili connesse.
Talmente scomoda, che i prolissi scribacchini della Commissione sono sì arrivati a cinque, ma si sono ben guardati dallo spingersi fino al sei, cioè allo scenario più probabile, quello della disgregazione —più o meno convulsa dipenderà da tanti fattori— dell'Unione Europea.
Ne è venuto così fuori un testo talmente surreale che più che un Libro bianco (così chiamato per il colore della copertina) poteva tranquillamente presentarsi come un libro bianchissimo, cioè con pagine immacolate e senza spreco di inchiostro, tanto il contenuto non ne avrebbe risentito.
Certo, lo sappiamo, l'oligarchia eurista farà di tutto prima di mollare il suo giocattolo preferito, ma in quanto ad idee sembrano davvero messi male. Vedremo cosa partoriranno il 25 marzo, ma al momento è nebbia fitta su tutto il territorio dell'Unione. Questo almeno ci dice il «contributo alla discussione» di Jean-Claude Juncker.
I Cinque scenari per il 2025 della Commissione Europea. Ma il sesto, che manca, è quello più probabile...
Invitiamo tutti a leggerlo: lo sforzo richiesto è davvero modesto, mentre chi ancora si intestardisce a descrivere una UE che si rafforzerebbe proprio grazie alle sue crisi avrà forse qualche motivo per riflettere.
Ma qual è oggi la salute effettiva di questa fortezza? Qui, per un attimo, la retorica deve lasciare il posto al realismo:
«Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale vi è un rischio reale che la generazione attuale di giovani adulti si ritrovi in condizioni economiche peggiori rispetto a quelle dei genitori».
Buongiorno commissari! Peccato che sulle cause di questo disastro niente diciate.
Non abbiamo in questo articolo lo spazio per esaminare nel dettaglio quel documento, ma un'interessante disamina dello stesso la potete trovare QUI. Ci limitiamo invece a citare due passi del Libro bianco che ribadiscono la vera ossessione degli eurocrati su questo tema. «Il ruolo positivo dell'UE nella vita quotidiana non è visibile se a livello locale (cioè dei singoli Stati, ndr) non viene spiegato adeguatamente», così si lamentano i commissari. E ancora:
«Ripristinare la fiducia, costruire il consenso e creare un senso di appartenenza è più difficile in un'epoca in cui le informazioni non sono mai state così abbondanti, accessibili, e pure così difficili da comprendere».
Come non avvertire in queste parole i temi e gli accenti della volgare propaganda anti-Brexit? Come non leggervi il desiderio di una "sana" censura, così come auspicato dalla risoluzione del novembre scorso?
I titoli dei suddetti scenari già ci dicono tutto:
«Avanti così», scenario 1; «Solo il mercato unico», scenario 2; «Chi vuole di più fa di più», scenario 3; «Fare meno ma in modo più efficiente», scenario 4; «Fare molto di più insieme», scenario 5.
Questo profluvio di scenari ha mandato su tutte le furie anche un certo mainstream eurista. Queste le durissime parole di Sergio Fabbrini (La visione confusa dell'Europa, il Sole 24 Ore del 5 marzo):
«Il Libro Bianco sul futuro dell'Europa, presentato dal presidente della Commissione Jean-Claude Juncker al Parlamento europeo mercoledì scorso, fornisce un contributo modesto e confuso alla discussione che dovrebbe condurre alla Dichiarazione di Roma del prossimo 25 marzo. Modesto, perché non vi è alcuna seria riflessione sulle cause della crisi europea, crisi che ha addirittura condotto alla secessione di un grande Paese (il Regno Unito) dall'Unione europea (Ue). Confuso, perché si delineano (addirittura) cinque scenari per il futuro dell'UE che sembrano emersi da un seminario universitario, più che da una riflessione politica. Quel Libro Bianco dice più cose sulla crisi in cui versa la Commissione che sulla crisi in cui si trova l'Ue».In effetti è così. E la lettura degli scarni testi che seguono ai rispettivi titoli non aggiunge granché. Se lo scenario 1 è quello di un'Unione che va avanti così com'è, il 2 ipotizza un bel passo indietro, con una sorta di ritorno ai tempi del Mec (Mercato europeo comune), nel quale sopravviverebbe ovviamente l'euro.
Essi ci dicono che nello scenario
1 «gli europei possono utilizzare automobili connesse, ma potrebbero incontrare ostacoli tecnici e giuridici alle frontiere». Nel 2 invece «gli europei sono restii a utilizzare automobili connesse a causa dell'assenza di norme e di standard tecnici a livello dell'UE». Una situazione disdicevole fortunatamente risolta nel 3, dove «le auto connesse sono ampiamente utilizzate nei dodici Stati membri (evidentemente, nell'ipotesi sono 12 gli Stati ad aver adottato la "maggior velocità", ndr) che hanno concordato di armonizzare norme e standard tecnici». Nel 4 nascerebbe «un'Autorità europea per le telecomunicazioni abilitata a liberare frequenze per i servizi di comunicazione transfrontalieri, come quelli necessari per utilizzare le automobili connesse in tutt'Europa». Nello scenario 5 avremmo, infine, il maestoso fluire di «automobili connesse in tutt'Europa grazie alle norme a livello dell'UE e all'opera dell'agenzia dell'Ue incaricata di far applicare la legge».Dico: ma questi sono così fuori di testa? La disoccupazione dilaga, la precarietà pure, la povertà aggredisce i paesi del sud (si pensi alla Grecia) e loro ci parlano delle automobili connesse? A me pare che farebbero meglio a connettere i loro ragionamenti con i dati della realtà. Ma probabilmente non è per far questo che vengono pagati. E poi la verità risulterebbe troppo scomoda.
LA GRECIA SPROFONDA... GRAZIE TSIPRAS!
[ 16 marzo ]
Nella Grecia della crisi economica aumentano i genitori costretti a lasciare i propri figli all'interno di una casa famiglia perché non sono in grado di provvedere a loro esigenze.
Nella Grecia della crisi economica aumentano i genitori costretti a lasciare i propri figli all'interno di una casa famiglia perché non sono in grado di provvedere a loro esigenze.
Grecia, nelle case famiglia dove vivono i figli della crisi
di ALESSANDRA DEL ZOTTO
di ALESSANDRA DEL ZOTTO
La casa famiglia di Kallithea, comune di 100mila anime alle porte di Atene, è stata fondata circa un secolo fa per accogliere gli orfani di guerra. Oggi la struttura è diventata, suo malgrado, un simbolo dello sgretolamento del tessuto sociale provocato dalla crisi economica in Grecia. "Sono sempre di più i genitori che ci chiedono di occuparci dei loro figli durante la settimana, perché non sono in grado di provvedere ai loro bisogni primari", afferma Iro Zervaki, direttore della casa famiglia.
Stando ai dati diffusi dall'Onu, ad oggi in Grecia un quarto della forza lavoro è disoccupata ed è cresciuto il numero dei bambini che versano i condizioni di povertà. Molti genitori sono costretti a fare affidamento sulle pensioni dei nonni per poter arrivare a fine mese ma oramai anche queste hanno subito numerosi tagli, condizionando fortemente il ménage familiare.
È dunque aumentato il numero di chi, incapace di assicurare cibo e un tetto sopra la testa ai propri figli, è stato costretto ad affidare i bambini alla casa famiglia durante la settimana. I piccoli alloggiano nella struttura dal lunedì al venerdì e tornano con i genitori il week-end. "Ci sono però dei casi più gravi - spiega l'assistente sociale Anthoula Zarmakoupi - Alcuni hanno perso la casa e non possono riprendersi i figli nemmeno il fine settimana".
Al momento sono circa 40 i bambini in lista d'attesa per entrare nella casa famiglia - che dispone di soli 25 posti letto - un numero quattro volte superiore rispetto agli anni precedenti. E, assicura Zervaki, se le cose nel Paese non migliorano velocemente potrebbe venire a mancare anche questo servizio. La struttura si trova sotto organico e il taglio dei finanziamenti da parte dello Stato mette in dubbio la sua sopravvivenza per il prossimo anno. "Ora riesco a pagare solo la metà dello stipendio ai dipendenti", afferma il direttore.
All'interno della casa famiglia le coperte blu coprono i pochi letti addossati ai muri delle camere spoglie. Fuori, nel cortile chiassoso, una bambina tira la manica dell'assistente sociale. "Quando viene a prendermi la mamma?", chiede. "Abbiamo avuto qualche problema - spiega Zervaki - Alcuni bambini hanno cercato di fuggire per raggiungere i propri genitori, correndogli dietro. La situazione non si risolverà certo dall'oggi al domani, ma speriamo non ci voglia ancora molto".
Stando ai dati diffusi dall'Onu, ad oggi in Grecia un quarto della forza lavoro è disoccupata ed è cresciuto il numero dei bambini che versano i condizioni di povertà. Molti genitori sono costretti a fare affidamento sulle pensioni dei nonni per poter arrivare a fine mese ma oramai anche queste hanno subito numerosi tagli, condizionando fortemente il ménage familiare.
È dunque aumentato il numero di chi, incapace di assicurare cibo e un tetto sopra la testa ai propri figli, è stato costretto ad affidare i bambini alla casa famiglia durante la settimana. I piccoli alloggiano nella struttura dal lunedì al venerdì e tornano con i genitori il week-end. "Ci sono però dei casi più gravi - spiega l'assistente sociale Anthoula Zarmakoupi - Alcuni hanno perso la casa e non possono riprendersi i figli nemmeno il fine settimana".
Al momento sono circa 40 i bambini in lista d'attesa per entrare nella casa famiglia - che dispone di soli 25 posti letto - un numero quattro volte superiore rispetto agli anni precedenti. E, assicura Zervaki, se le cose nel Paese non migliorano velocemente potrebbe venire a mancare anche questo servizio. La struttura si trova sotto organico e il taglio dei finanziamenti da parte dello Stato mette in dubbio la sua sopravvivenza per il prossimo anno. "Ora riesco a pagare solo la metà dello stipendio ai dipendenti", afferma il direttore.
All'interno della casa famiglia le coperte blu coprono i pochi letti addossati ai muri delle camere spoglie. Fuori, nel cortile chiassoso, una bambina tira la manica dell'assistente sociale. "Quando viene a prendermi la mamma?", chiede. "Abbiamo avuto qualche problema - spiega Zervaki - Alcuni bambini hanno cercato di fuggire per raggiungere i propri genitori, correndogli dietro. La situazione non si risolverà certo dall'oggi al domani, ma speriamo non ci voglia ancora molto".
* Fonte: la repubblica del 15 marzo 2017
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